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Acido Iuridico di Tomaso Pisapia

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“Chiarezza delle regole” e responsabilità penale del blogger

Replicando all’ottimo post critico di Carlo Felice Dalla Pasqua, mi preme chiarire il tenore di alcune mie affermazioni pubblicate oggi su Nova, forse esposte in modo troppo sintetico, ma sicuramente lette da qualcuno un po’ di fretta.

Il tema della diffamazione a mezzo internet, come ha ricordato il giornalista, non è semplicissimo e risulta spesso piuttosto noioso, al punto da non incoraggiare pretese di esaustività.

In particolare, nella breve conversazione con Luca Sofri, l’attenzione era tutta rivolta a rassicurare il pubblico in relazione ad una preoccupazione molto diffusa: esiste una tutela giuridica nei confronti di un comportamento certamente illecito quale la diffamazione commessa a mezzo internet ?

E l’interesse di entrambi non era rivolto ad una eventuale ricerca della “misura adeguata” delle pene ma, prima ancora, a comprendere se non vi sia un allarmante vuoto legislativo in tema di responsabilità.

 Il colloquio con Luca Sofri mirava a puntualizzare che:

  1. le norme esistenti in materia di diffamazione previste dal codice penale si applicano anche alla diffamazione commessa attraverso il mezzo telematico;
  2. non è possibile estendere analogicamente (vigendo un divieto assoluto in materia penale) la disciplina prevista dalla legge sulla stampa (compresa la responsabilità del direttore per omesso controllo) alla diffamazione commessa attraverso internet (cosa ben diversa dall’affermare che questa non sarebbe punibile);
  3. la diffamazione è comunque sempre punita, anche se commessa con il mezzo telematico.

Le mie considerazioni erano tese proprio a sottolineare l’esigenza di eliminare la credenza secondo cui ci sono vuoti legislativi assoluti per la diffamazione via internet”, come afferma Dalla Pasqua.

Sono d’accordo nel ritenere che “la diffamazione via internet è punita allo stesso modo di quella a mezzo stampa”, se si fa riferimento all’entità della pena, ma non era questo il tema del colloquio, e ciò è ben diverso dall’affermare che alla diffamazione commessa con il mezzo telematico siano applicabili le norme previste per la diffamazione commessa “con il mezzo della stampa”.

In tema di “chiarezza delle regole” (come auspicato da Luca De Biase), la differenza non è di poco conto, soprattutto in tema di responsabilità del blogger con riferimento ai commenti diffamatori postati dai visitatori.

Se si considerassero il post o il commento diffamatorio commessi “con il mezzo della stampa” – e pertanto fossero applicabili le norme previste dalla legge del 1948 – il blogger diventerebbe una figura analoga a quella del direttore responsabile di una testata giornalistica (come ritenuto, a mio parere erroneamente, da una sentenza del Tribunale di Aosta) e dunque potrebbe essere considerato responsabile ai sensi dell’art. 57 del codice penale.

La specifica disciplina sulla stampa, come sottolineato nell’articolo pubblicato su Nova, si applica unicamente agli “stampati”, ovvero “tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione” (art. 1 L. n. 47 del 1948 ). Pertanto, alla diffamazione commessa col mezzo telematico non è in alcun modo applicabile la legge sulla stampa.

Anche l’aggravante del “mezzo della stampa” previsto dall’art. 595, comma III, del codice penale, cui ha fatto riferimento Carlo Felice Dalla Pasqua, non si applica alla diffamazione commessa con il mezzo telematico (cfr. anche l’articolo pubblicato dal Prof. Zeno-Zencovich).

Certamente – e sul punto sono d’accordo con il giornalista – ricorrerà l’aggravante del “mezzo di pubblicità”, che risulta integrato – secondo le regole generali – anche, ad esempio, qualora le frasi offensive siano pronunciate durante un comizio.

E la mia considerazione, citata da Dalla Pasqua e pubblicata su Nova di oggi, intendeva chiarire proprio questo, sottolineando come la diffamazione si configuri, e venga perseguita "allo stesso modo in cui viene perseguita se avviene durante una conversazione o un comizio". Resta il fatto che non può essere contestata l’aggravante specifica prevista dalla legge sulla stampa.

Il tutto dovrebbe rassicurare chi teme l’horror vacui e, nel contempo, continuare a stimolare un dibattito costruttivo.

Commenti

Tomaso (posso darti del tu, come si usa sui blog per motivi a me ancora sconosciuti?), lungi da me il tentativo di far rientrare l'attività del blogger in quella regolata dalla legge sulla stampa: e non lo dico ora, per fortuna posso citare cose che scrissi nel giugno dell'anno scorso all'epoca della (aberrante) sentenza di Aosta che equipara il blogger a un direttore responsabile (all'epoca curavo Reporters e questo è un link nel quale ci sono vari post sull'argomento: http://reporters.blogosfere.it/2006/06/reporters-fundefined.html). Per essere più sintetico del mio post chiamato in causa oggi (non ci vuole molto...), è chiaro che, come accade spesso con le leggi in Italia, codice penale e legge sulla stampa devono essere letti in modo coordinato e non esiste un testo unico al quale far riferimento per le norme sui reati commessi con il mezzo della stampa e dai "giornalisti" (non spiego le virgolette, mi servirebbe un altro post). Una parte delle regole sono qui, un'altra parte lì, per la rabbia dei cittadini e la gioia degli avvocati, quelli scarsi. Basti vedere le norme sul direttore responsabile, previsto da una parte e punito dall'altra. Detto questo, faccio ammenda se si capisce fra le righe (esplicitamente mi pare d'aver sempre detto il contrario e di aver sempre fatto riferimento alla pena) che la diffamazione con il mezzo telematico e quella con il mezzo della stampa hanno la medesima disciplina. Visto poi che l'aggravante del terzo comma del 595 è applicabile a conversazioni e comizi, come ha detto la Cassazione, sarebbe bello vedere per quali fattispecie concrete resiste la diffamazione semplice (dev'essere un po' come il furto semplice) ma ho già abusato troppo della pazienza dei tuoi lettori. Grazie dello spazio e alla prossima.